martedì 27 gennaio 2009

Il buio fuori

Il buio fuori si apre con il tratteggio, a tinte fosche e drammatiche, di una scena d’apocalisse. Una folla di miserabili ascolta con timore le parole di un predicatore, che promette loro un’eclissi totale del sole e, successivamente, la salvazione per tutti. Il sole viene oscurato, la sua luce diminuisce poco alla volta d’intensità. E nulla sembra cambiare. Culla Holme, stretto fra la folla di novelli appestati, capisce che forse non tutto può essere perdonato e si sente chiamato in causa – quale capro espiatorio – davanti a quella «cenciosa moltitudine».
Non è che un sogno, da cui il protagonista si sveglierà di soprassalto; ma un sogno premonitore, per Culla quanto per il lettore, che segnerà il cammino di tutto il romanzo.
I protagonisti – che si muovono sullo sfondo di una natura crudele, nella sua perfezione – sono tutti indissolubilmente legati dalla colpa d’incesto di cui Culla si è macchiato, mettendo incinta la sorella Rinthy e successivamente abbandonando nel bosco il piccolo nato.
Culla è dunque un Edipo consapevole, che trasmette il contagio al proprio passaggio: non un’epidemia circoscritta di peste, come nella tragedia sofoclea, bensì una serie di morti crudeli, inspiegate, disseminate lungo tutto il tragitto percorso dal giovane, alla ricerca della sorella.

[Culla] si incamminò verso il paese, e quando arrivò sulla sommità di un rilievo della strada due avvoltoi si alzarono faticosamente in volo da un albero secco in mezzo a un campo, al quale erano appesi i corpi di tre uomini. Uno era vestito con un abito bianco sporco. Tutto era immobile. Gli avvoltoi girarono fino a scomparire dietro il bosco, e non c’era suono o movimento in nessun luogo. C’era solo il progressivo raccogliersi della luce alla quale quei morti senza occhi erano estranei e irreali come figure uscite da un sogno. [1]

Autori materiali dei crimini sono tre uomini, tre figure sterminatrici che, simili a Erinni, seguono passo dopo passo il cammino di Culla. Vendicatori dai volti feroci, dementi, beffardi. «Certe cose è meglio che non abbiano un nome [2]» spiega uno di loro a Culla, durante il loro primo incontro nei pressi del fiume, sottolineando quanto poco importi stabilire da dove provenga questa famelica trimurti, se dal cielo o dall’inferno: ciò che conta, è il suo scopo finale.

Portatemelo qui. Il bambino.
[…]
Cosa volete da lui? chiese Holme.
Niente. Niente più di quello che volete voi.
[…]
Come si chiama? chiese l’uomo.
Non lo so.
Non ha un nome.
No. Non credo. Non lo so.
Dicono che all’inferno le anime non abbiano nome. Eppure devono averle chiamate in qualche modo, per spedirle laggiù. Che ne dite. [3]

Ma Culla e le tre Erinni non sono gli unici a procedere su quell’unica lunga strada. Dietro di loro (o davanti: hanno poca importanza le collocazioni spaziali, in questa favola apocalittica) si muovono anche Rinthy, sorella di Culla e madre del piccolo, e il calderaio, che ha raccolto il bambino nel bosco e lo ha affidato a una balia di sua fiducia. La prima è l’unica figura, in tutto il romanzo, libera da ogni peccato e come tale si presenta: nel finale, sarà simile a un angelo – o a un cadavere, creatura ormai senza tempo, senza luogo, senza corporeità.

Nel tardo pomeriggio, dopo aver seguito un sentiero di erbacce schiacciate dalla traccia delle ruote di un carretto e dopo aver attraversato il bosco, Rinthy entrò nella radura, quasi fuori di sé, paurosamente magra nel suo sudario informe e seccato dal sole, eppure delicata come una daina, e restò lì, immersa in un Graal di luce color giada percorsa dal vento, sparuta, tremante e pallida, le mani come bacchette sottili per parlare alle sagome evanescenti che la circondavano. [4]

E infine il calderaio, buffonesco, patetico, vagamente demoniaco, che s’impossesserà del bambino, rifiutando di restituirlo a Rinthy, come se il neonato potesse in qualche modo rappresentare una rivincita nei confronti della vita. Finirà ucciso dai tre spietati uomini, che sembrano «scaturire dalla terra» come forze primordiali, decisi a vendicare quell’imperdonabile intromissione.
Una vicenda oscura, che conduce nelle zone più tristi dell’essere umani e che ripropone i temi epici della colpa, della condanna, della volontà superiore che rimane del tutto assente, distaccata da qualsiasi miseria terrena (la natura, divinità impassibile e tremenda, senz’altro femminile; è il contraltare di Rinthy e a quest’ultima è strettamente legata) o si accanisce per punire (i tre “uomini”), con una spietatezza peggiore di qualsiasi peccato.
Disseminata di simboli di morte (le carcasse di animali, nelle baracche visitate da Culla e Rinthy e il cavallo, sul traghetto preso da Culla [5], solo per citarne alcuni. Lo stesso bambino è un piccolo mostro, la cui fisionomia ricorda vagamente quella del cadavere ne Il guardiano del frutteto, del 1965), la vicenda narrata da McCarthy è un cammino crepuscolare non privo di barlumi. Il soffio della speranza (della redenzione, si sarebbe tentati di dire) è affidato a Rinthy e l’intera storia, per quanto crudele, sembra mossa da un motore superiore, da un “perché” non del tutto comprensibile e che tuttavia fa giungere tutti i protagonisti al termine della loro strada.

Note
[1] C. McCarthy, Il buio fuori, Einaudi, Torino 1999, pp. 123-124.
[2] Ivi, p. 149.
[3] Ivi, p. 200 – 201.
[4] Ivi, p. 203.
[5] Sul simbolismo riguardante la figura del cavallo cfr. G. Durand, Le strutture antropologiche dell’immaginario, Edizioni Dedalo, Bari 1996, p. 673 segg.

Cormac McCarthy
Il buio fuori
Einaudi
Torino 1999

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